Alla sua famiglia che vive a Taranto ha dedicato ogni riga del suo romanzo “Veleno” (ed. Sperling & Kupfer). Perché lei Cristina Zagaria nella città dell’Ilva è cresciuta e a Lido Azzurro, la spiaggia sotto le ciminiere, vi ha trascorso l’infanzia. “Veleno” è un romanzo civile, che racconta la battaglia di una giovane chimica, Daniela Spera, che dopo un periodo trascorso a Parigi, riceve un’offerta di lavoro a Taranto e ritorna nella sua città.

La città dei 256 camini. La città dell’Ilva. Di uomini e donne ogni giorno costretti a scegliere tra il lavoro e la salute, perché a Taranto se non muori per la “malattia”, così i tarantini oggi chiamano il tumore, muori di fame.

Daniela comincia così con costanza, coraggio e impegno la sua battaglia di denuncia. Realizza un dossier con dati e cifre. Ma anche con le storie di coloro che le hanno aperto la loro casa e il loro cuore, raccontandole il dolore per aver perso un padre, una figlio, un amico. Cristina dà voce alla sofferenza di coloro che ogni giorno lottano per combattere, con dignità la propria malattia.

Quanto il suo essere originaria di Taranto abbia influito nella stesura del romanzo Cristina Zagaria non lo nasconde: «Moltissimo – risponde – perché io ho cominciato a scrivere prima che scoppiasse il caso giudiziario, prima di quel 26 luglio 2012 quando la magistratura è arrivata al sequestro dell’area a caldo dell’Ilva. Se non fossi stata tarantina credo che non avrei mai cominciato a scrivere questo libro. Solo un tarantino – prosegue Cristina – che con quel veleno ci convive, poteva avere la voglia di scrivere questa storia e di raccontarla. Veleno spiega anche quello che è avvenuto prima, come si è arrivati al sequestro, come Taranto e i tarantini vivono da anni, è la storia di Taranto degli ultimi dieci anni».

Anche se “Veleno” è un romanzo, tutti i suoi personaggi sono autentici, reali sono quelli vivi, reali sono quelli che oggi non ci sono più.

La parte più difficile è stata proprio quella di trasformare le testimonianze in romanzo, senza edulcorarle o snaturare la vicenda umana di ciascuno. «Nella seconda parte del romanzo – racconta l’autrice – ho chiesto a tutti i protagonisti di scrivermi una lettera e dirmi qual è la loro verità su Taranto. Ognuno ha scritto una brevissima lettera con la loro emergenza e urgenza che ho pubblicato in prima persona senza alcun intervento, forse per chiedere scusa loro di averle trasformate da persone a personaggi».

Inizialmente la città non ha accolto positivamente il libro perché emergeva la Taranto dei veleni e dell’inquinamento e non quella del turismo con le sue spiagge, i monumenti e i siti archeologici. «Abbiamo ricevuto moltissimi attacchi – rivela Cristina – è stato difficile far capire che non sono io a distruggere Taranto. Io ho raccontato quello che stanno facendo coloro che la stanno distruggendo. Poi chi ha letto “Veleno” ha capito che c’è tanto amore verso la città, è narrata la Taranto della mia infanzia, la Taranto incontaminata, la Taranto che io ricordo». Con la professionalità della giornalista e la sensibilità della donna, Cristina Zagaria racconta una storia, di cui ancora non esiste un finale, che ha il sapore dell’impegno civile e della passione e tante storie di coraggio e ribellione, grazie alle quali chi leggerà “Veleno” si sentirà un po’ meno solo.