Mai più la guerra. Il mondo non dovrebbe mai più conoscere la guerra

I ragazzi della I F dell’istituto comprensivo scolastico “Da Feltre – Zingarelli” di Foggia in occasione dell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali hanno ospitato per una giornata in classe la signora Maruska Domankuk, coniugata Ciavarella per ascoltare il racconto della prigionia. Era presente anche una nostra troupe televisiva.

Maruska è nata in Ucraina, in provincia di Kiev nel 1925. Dopo pochi mesi dalla nascita la famiglia si trasferì in Bielorussia a Mogilev. Era una ragazza felice. Aveva diciotto anni quando accadde qualcosa di orribile. “La notte siamo stati bombardati senza annuncio. Ci siamo nascosti in cantina. Arrivarono i tedeschi e cominciarono a separare uomini e donne“.

Nonna Maria (Maruska) più volte si è fermata durante il suo racconto dicendo: “Non voglio ricordare”. Un uomo non può dimenticare o fare finta di nulla. Portarne il ricordo significa ricordare a quali abissi l’uomo può arrivare. Ma anche come ne può incredibilmente rinascere. Questi fatti vanno ricordati, tramandati alle nuove generazioni, resi parte integrante della cultura del mondo perché possono insegnare moltissimo con il loro carico di dolore. Così nonna Maria ha ripreso il suo racconto:

Maruska Domankuk a 18 anni

Quando sono uscita per strada tutta la mia città bruciava. Era tutta un fuoco. Ricordo che c’erano carri armati. Tanti morti e feriti per strada. Mi portarono in un campo di smistamento a venti chilometri da Stoccarda. In questo campo arrivavano stranieri provenienti da ogni parte del mondo. Non volevo rimanere lì, andai in depressione. Ero demoralizzata. La mia vita era crollata, pensavamo che ormai era finita ed aspettavamo la morte. Poi un giorno insieme ad altre nove ragazze venni scelta per lavorare in una fabbrica. Qui conobbi colui che poi sarebbe diventato mio marito, un militare italiano catturato dai tedeschi. Lavoravamo insieme in fabbrica. Qui non potevamo parlare ed eravamo sempre sorvegliati dai tedeschi che ci ripetevano “lavorate altrimenti botte o morte“. Il giorno della liberazione non lo dimenticherò mai. Fu una grande gioia tornare in Russia, poi arrivai in Italia per sposare mio marito. Dopo anni sono tornata nel luogo della prigionia con la mia famiglia e con i miei nipoti. Il messaggio che lascio alle nuove generazioni è questo: “Mai più la guerra. Il mondo non dovrebbe mai più conoscere la guerra”