Essere medico di Giovanni Paolo II: il prof. Buzzonetti si racconta (I parte)

Prima di essere medico di Giovanni Paolo II è stato medico di Paolo VI e in seguito di Benedetto XVI: che cosa significa essere il medico del Papa? Significa prima di tutto cambiare la propria vita. Su un piano strettamente pratico, perché essendo legati al calendario e all’orario della vita e dell’attività del Santo Padre, il medico deve subordinare a questo tutto il resto delle sue attività. Da un punto di vista interiore e professionale, ti cambia la vita perché si deve imparare a fare il medico del Papa. Infine da un punto di vista spirituale significa avere la responsabilità pubblica e privata della salute del Santo Padre, dover rispondere alla sua fiducia è un grosso impegno, unico nei riguardi di colui che è chiamato a questo servizio.

 
Come è diventato medico personale di papa Wojtyla?
Era il 29 dicembre 1978: una data che non dimenticherò mai.
Mi trovavo ero all’Ospedale San Camillo per la visita pomeridiana ai malati. Mi chiamò uno dei due segretari del Papa, chiedendomi se potessi passare da lui più tardi. Verso le sette di sera mi presentati nell’appartamento privato. Esco dall’ascensore e il segretario mi disse subito: “Venga, che il Papa le vuole parlare”.
Io frenai un sobbalzo e fui portato in un salotto che ben conoscevo, avendo già pratica dell’appartamento, e dopo pochi istanti arrivò il Papa accompagnato da due medici polacchi. Si mise seduto e subito mi chiese di essere il suo medico.
Nel mio grande imbarazzo cominciò a raccontarmi con molta esattezza la sua anamnesi,  specificando il numero esatto delle ore che dedicava ogni anno allo sport: 530 ore all’anno, dedicate agli sport che lui prediligeva, l’escursionismo, il nuoto, la canoa e lo sci. Finita questa conversazione, non mi ricordo se gli dissi subito di sì o di no, anche perché il Papa mi invitò a cena, cosa che provocò in me un ulteriore sobbalzo. Comunque la sera ne parlai con mia moglie e la mattina dopo scrissi una lettera al segretario, dicendo che dopo lunga riflessione accettavo ma volevo che il Papa sapesse che in qualunque momento avesse voluto licenziarmi ero pronto ad andarmene senza difficoltà.
 
 
Come Karol Wojtyla viveva la sofferenza?
Non vorrei avvallare questo connotato di sofferenza cronica del Papa, perché ci sono stati tanti anni in cui stava bene. Anche dopo l’attentato e una lunga convalescenza si riprese bene. Poté riprendere i suoi viaggi e farli senza difficoltà, tranne quelli legati alla stanchezza che colpisce ogni uomo dopo giornate estremamente faticose. La sofferenza poi congiunta agli eventi chirurgici, fu circoscritta essenzialmente a quei periodi e cioè subito prima, durante e dopo gli eventi patologici.
È vero che poi cominciò a dover soffrire delle difficoltà che certi interventi gli avrebbero provocato: a cominciare dalla frattura del femore, che fu per lui causa di grande disagio più che di dolore, perché fu costretto ad imparare di nuovo a camminare, salire le scale, sottoporsi alla fisioterapia, che lui accettava ob torto collo, ma accettava e soprattutto con il passare degli anni, all’uso del bastone.
Le cose peggiorarono nel 2002 quando si manifestò un acutissimo e persistente dolore al ginocchio destro che era da riferirsi, dopo accuratissimi esami e consulti medici, ad una grave artrosi del ginocchio, su cui si caricava in maniera scorretta il corpo per un errore di postura generato ormai dal parkinson che lentamente avanzava. Il dolore veniva quando stava in piedi per lungo tempo, e questo accadeva spesso nelle grandi celebrazioni pubbliche ma altrimentiquando il Papa stava seduto non aveva sofferenza fisiche, aveva il disagio di sentirsi non più libero, autonomo sciolto come lo era stato per lungo tempo della sua vita. Il dolore vero e proprio si manifestò negli ultimi mesi quando comparvero tutte le gravi complicazioni che lo portarono infine ai due ricoveri al Gemelli nel febbraio e marzo 2005.
 
 
Giovanni Paolo II, fin da giovane, è sempre stato sportivo, atletico, un uomo sano ed energico. Tutto è cambiato quel 13 maggio 1981, il giorno dell’attentato. Che cosa si ricorda di quel giorno e come l’ha vissuto?
Secondo me non è cambiato tutto, è cambiato l’atteggiamento psicologico davanti alla vita, sia la vita naturale che la vita di fede, che poi nel Papa erano la stessa cosa. Perché per la storia bisogna dire che dopo l’attentato il Papa si riprese molto bene, le operazioni chirurgiche furono fatte ad arte ed ebbero un ottimo risultato. Certamente cambiò il suo modo istintivo di considerare la vita, il tempo, la sua missione nel mondo e nella Chiesa e questa però è un’esperienza che ha certamente condiviso con tutti quei malati che attraversano grandi crisi legate alla propria salute.

(continua…)