“La Misericordia di Dio in cerca dell’uomo”

 

“In Cristo siamo popolo regale, sacerdoti per il nostro Dio è il titolo della rubrica curata dal prof. Giovanni Chifari, docente di Teologia Biblica, offerta agli amici di Tele Radio Padre Pio ogni martedì pomeriggio nel corso del programma “Un senso, un traguardo”,  come piccolo “strumento” per una crescita personale che scaturisce da un impegno generato dalla Parola di Dio ascoltata, meditata, celebrata e condivisa. Vi proponiamo alcuni stralci tratti dalla puntata del 9 marzo 2010 realizzata nel corso della rubrica dedicata all’Anno Sacerdotale.
 
In questa quarta domenica di Quaresima la liturgia della Parola ci invita a riflettere sulla Misericordia di Dio di fronte alla quale l’uomo non può che abbandonarsi, facendo esperienza in se stesso della conversione.
Dopo esser passati dal deserto, nelle tentazioni, al Monte, luogo della trasfigurazione, e dopo aver ricevuto il forte e ripetuto invito di Gesù alla conversione, adesso facciamo esperienza di uno dei tratti distintivi di Dio, la sua misericordia. Il ritorno a Dio che si realizza per mezzo della conversione, è rinnovata esperienza di un amore che ci precede, ci sostiene e ci segue nella misura in cui lo lasceremo abitare in noi.

Cerchiamo adesso di individuare gli aspetti caratteristici del brano ed i temi prevalenti di questa IV domenica di Quaresima.  

Molti studiosi si chiedono se si debba parlare della parabola del figliol prodigo o dell’unica parabola della misericordia, che prenderebbe il suo avvio diversi versetti prima con il racconto della parabola della pecorella smarrita e della dracma perduta. La motivazione che spinge Gesù a raccontare la parabola è il fraintendimento della sua missione, ma anche dell’opera del Padre, che appare manifesto, nell’interpretazione di scribi e farisei. Essi non comprendono come Gesù possa intrattenere relazioni con dei peccatori: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». Tutto ciò è inconcepibile per un modo di pensare e di vivere la propria fede secondo una giustizia che sembra coincidere con la pura e semplice osservanza rituale della legge, e che si risolve in una presunta supremazia morale che invece non coglie il cuore della Legge che è proprio l’amore. Il Dio buono e misericordioso, che ci ricorda l’evangelista Matteo, fa sorgere il sole sopra i buoni ed i cattivi, il Dio che è imparziale, va in cerca della pecorella perduta al di fuori del suo ovile, la trova ed è pieno di gioia. Allo stesso modo, gioisce per la moneta che è persa dentro la casa. Il figlio minore, così come la pecorella perduta, si perde fuori, mentre il figlio maggiore, anche se forse non ne è consapevole, come la moneta, è perso dentro. Dio va in cerca dell’uno e dell’altro. Tuttavia uno spazio rilevante è nell’esperienza dell’uomo stesso, che deve poter rintracciare la presenza di Dio nei fatti della propria esistenza. Anche se in un dato momento il figliol prodigo rinetrò in se stesso, quest’evento non è da leggere come uno sforzo volontaristico del soggetto, ma come accoglienza di una grazia operante da tempo, e che adesso trova adesione nell’imprenscindibile sì dell’uomo. Del resto ci ricorda Agostino, che chi ha creato l’uomo senza l’uomo, non lo salverà senza l’uomo.Il figlio minore avrebbe accettato un ruolo di un salariato, fatto che non avrebbe urtato la suscettibilità del figlio maggiore, mantenendo le distanze in ordine alla moralità dei due. Tuttavia il Padre avrebbe perso un figlio e si decide per l’amore. La commozione viscerale è un tratto che caratterizza l’agire di Dio, il correre poco dignitoso di un anziano per riabbraccialre il figlio e rinnovarlo nel suo status anche sociale.  Da un punto di vista biblico-teologico, il figlio minore sono i pagani, che hanno cercato Dio ma si sono trovati a prostituire se stessi e le loro esistenze. Il figlio maggiore è Israele, che ha da sempre servito il Signore, tuttavia non si è lasciato convertire, non riuscendo a cogliere un tratto essenziale dell’identità divina. La parabola rimane aperta, poiché non sappiamo quale sarà la scelta del figlio maggiore.      

In quest’ultima domanda siamo soliti sondare le ricadute nell’ambito della spiritualità sacerdotale. Quali riflessioni possiamo proporrei in chiave sacerdotale?
Ognuno di noi è allo stesso tempo sia figlio minore, in quanto proviamo a fare da noi stessi facendo esperienza del peccato, ma anche figlio maggiore, nel momento in cui ostentiamo una sicurezza che non si fonda sulla reale conversione del cuore. La riflessione sulla conversione, la sua oggettivazione, può consentire al sacerdote di divenire testimone credibile dell’amore di Dio.Servire Dio attraverso i sacri riti sia esperienza della grazia di Dio che attraverso il sacerdote intende raggiungere ogni uomo. Trovi nella persona del sacerdote un canale attraverso il quale il singolo fedele possa sperimentare la tenerezza di Dio, che con amore preveniente, attende il peccatore, perché si converta e viva. La misericordia tuttavia, non esclude la giustizia, l’annuncio della verità che non scende a compromessi, così come ha fatto Gesù rimuovendo concezioni privatistiche di Dio, che non percepiscono la sua reale identità. In tal senso ritengo opportuno invitare all’approfondimento del documento della CEI sul tema Chiesa e Mezzogiorno. Esso mostra come da una corretta analisi storico-antropologica dei nostri tempi, possa scaturire quella profezie che si inserisce nelle pieghe della storia, alla quale la Chiesa è chiamata, per lasciare il segno della misericordia divina nella verità e nella giustizia.