Essere medico di Giovanni Paolo II: il prof. Buzzonetti si racconta (III parte)

Perché, a suo parere, Giovanni Paolo II è stato capace di parlare a tutti, credenti e non, giovani, politici … Anzitutto perché aveva una grande esperienza umana, di professore, di prete di parrocchia, di vescovo di una grande città polacca quale Cracovia capitale culturale e poi in un periodo terribile che fu quello dell’occupazione tedesca e sovietica. Questo è il primo punto, e poi il suo amore per gli uomini, di farsi tutto a tutti, di condividere. Anche se questa condivisione a volte non si manifestava se non con pochissime parole o con un gesto. Non era un espansivo, abbracciava qualcuno se lo voleva fare altrimenti si limitava a dargli la mano o accarezzare un bambino. Ma questo non voleva dire che ci fosse meno affetto e meno partecipazione. Secondo me questa capacità di parlare a tutti era legata, frutto di tutti questi argomenti che ho citato, alla sua audacia apostolica. Era un audace, è entrato nella vita della Chiesa e del mondo e vi è rimasto fino alla fine e direi a modo suo ci sta pure oggi.

Giovanni Paolo II era suo paziente ma anche il Papa: come viveva la sua spiritualità?
Il Papa era essenzialmente un contemplativo: l’ho capito subito e poi ne ho avuto conferma con il passare degli anni. Univa il misticismo polacco alla passionalità dello slavo, però certamente era un uomo che si può definire un contemplativo nell’azione. Anche nei momenti in cui era più impegnato nell’azione, lui nel sottofondo pregava.
Mi raccontò che quando andò all’ONU per il suo primo discorso, era il 1979, in tasca aveva il rosario e lo teneva stretto… come capitava a me quando andavo a fare gli esami.
 

Lei è stato uno dei pochissimi ad avere assistito il Papa nei suoi ultimi giorni di vita. Cosa ricorda?
Quei giorni rimasi accanto al Papa ininterrottamente, tranne poche ore di sonno la notte, infatti dormivo nell’appartamento del Papa al piano di sopra. Un ricordo molto bello è una delle ultime messe celebrate dal Papa, quella di giovedì 31 marzo 2005.
Il pomeriggio aveva avuto una grande crisi ed esausto fu celebrata la Messa nella sua stanza con l’altarino a capo del letto. Il Papa presiedeva la celebrazione anche se parlava con grande difficoltà ma era abbastanza lucido. Indossava la stola e la croce pastorale. Concelebravano i segretari don Dziwisz e don Mietek, altri sacerdoti, e anche il suo grande amico il card. Jaworskigiunto intanto da Lublino. Erano presenti anche le suore dell’appartamento, i medici di servizio, gli infermieri e il sottoscritto.
La cosa che mi colpì molto fu che durante la messa il Papa che aveva quasi sempre gli occhi socchiusi, alzò la mano destra al momento della consacrazione: sia sul pane che sul calice. Al momento del confiteor si colpì il petto con la mano, fece la sua comunione sotto le due specie del pane e del vino. Alla fine di questa messa il segretario volle che tutti salutassimo il Papa. Allora sia i membri della sua famiglia, i sacerdoti, le suore, sia i medici e gli infermieri baciammo la mano sinistra del Papa. Io mi feci coraggio e gli dissi: «Santità le vogliamo tutti bene». E finì così.
Poi un’ultima messa fu celebrata al capezzale del Papa quando già era in agonia, il sabato sera verso le 19.30, Giovanni Paolo II non rispose ma avendo già un piede in Paradiso, probabilmente concelebrava a modo suo.