Cinquanta anni fa, il 12 settembre 1968, dieci giorni prima di morire, Padre Pio scrisse una lettera a Papa Paolo VI, per dirgli che tutta la sua vita era stata amore e obbedienza alla Chiesa.

Il suo scritto voleva unirsi ai frati Cappuccini, tiuniti in capitolo generale speciale, e pretendeva di essere «atto di fede, amore ed obbedienza».

In questa lettera Padre Pio dichiarava di pregare il Signore affinché l’Ordine cappuccino, fedele alla tradizione e aperto al rinnovamento secondo le direttive del Concilio Vaticano II, riuscisse «sempre più pronto ad accorrere nelle necessità della Madre Chiesa, al cenno della Santità Vostra».

Richiamando le sofferenze del Papa «per le sorti della Chiesa, per la pace del mondo, per le tante necessità dei popoli, ma soprattutto per la mancanza di obbedienza di alcuni, perfino cattolici», Padre Pio protestava di offrire le sue quotidiane preghiere e sofferenze «quale piccolo ma sincero pensiero dell’ultimo» dei suoi figli.

Ringraziandolo per la «parola chiara e decisa» detta nell’ultima enciclica Humanae Vitae, Padre Pio scriveva: «Riaffermo la mia fede, la mia incondizionata obbedienza alle Vostre illuminate direttive».

Chiese la benedizione del Papa per sé, per i confratelli, per i suoi figli spirituali, per i Gruppi di preghiera, per i suoi ammalati, per tutte le iniziative di bene avviate nel nome di Gesù.

Fu – quasi – il suo testamento. Consegnò i suoi e le opere sue più care alla benedizione del Papa, per morire «umilissimo figlio» tra le braccia della Chiesa.

Padre Pio non fu un predicatore. Tuttavia la sua obbedienza e la sua fedeltà alla Chiesa sono state la sua predica più lunga, la più convincente. Questa lettera al Papa non fu altro che la conclusione.

Volle – come per tutta la vita – affidarsi alla maternità della Chiesa, per compiere – aggrappato ad essa – l’ultimo passo.

 

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