“Teste calde” il ristorante che nasce da un sogno

Quando l’integrazione lavorativa ha l’entusiasmo di una squadra di “Teste calde”

«Il nostro obiettivo è permettere a questi ragazzi di riconquistarsi la dignità lavorativa e umana». Con queste parole Luca Schiavone, presidente della cooperativa sociale “Dis-abilità e lavoro” presenta la sua creatura. «Questo ristorante è stato aperto per loro. Tutte le persone normodotate ci lavorano grazie all’opportunità data ai ragazzi disabili».

Già dall’insegna, “Teste calde: gusto, cultura e divertimento” si percepisce che si tratta di un posto in cui non sono solo i piatti i protagonisti principali.

Rutigliano, cittadina in provincia di Bari, da pochi anni è nato un ristorante che fa inserimento lavorativo di ragazzi disabili. Vi lavorano 15 persone, di cui dieci sono disabili che si occupano sia della sala che della cucina.

«Si può dire che siamo partiti da un sogno: poter dare dignità ai nostri giovani», racconta Carmela Antonelli, direttore della struttura. E prosegue spiegando come la loro esperienza sia nata diversi anni fa con la gestione di alcuni centri diurni nei quali venivano ospitati ragazzi disabili.

«Abbiamo immaginato di inserirli nel mondo del lavoro partendo proprio dal servizio ai tavoli. Loro sono stati bravissimi a servire i loro compagni. Da lì ci è venuta l’idea. Così ci siamo confrontati con altri ristoranti sul territorio nazionale in particolare a Roma e guardando all’esperienza della Comunità di Sant’Egidio, ci siamo resi conto che era possibile fare qualcosa anche da noi».

È ora di pranzo. Entrano i primi clienti, i ragazzi indicano il tavolo dove potersi accomodare. L’ambiente è sobrio e luminoso e i tavoli sono apparecchiati con cura. I clienti sfogliano il menù e sulla prima pagina, a corredo una foto di tutta la squadra di “Teste calde” e il giuramento dell’amicizia (di Bruno Tognolini n.d.r) “Perché non resti più indietro nessuno, uno per tutti, tutti per uno”.

Da “Teste calde” puoi ordinare una pizza da gustare con gli amici, oppure un piatto gourmet per una serata speciale. Adele, tutor dei ragazzi, va al tavolo per prendere le ordinazioni mentre Nicola, che ha seguito un corso per sommelier astemi, consiglia un vino da abbinare ai piatti.

Fa il cameriere da cinque anni, serve ai tavoli, apparecchia e sparecchia. «Perché i clienti vengono qui?» e lui «Perché noi siamo veloci e bravi nel servire». Nicola porta una bottiglia di Primitivo e ne presenta sia la casa produttrice che le qualità organolettiche e con grande maestria la apre, la stappa, annusa il tappo e versa il vino nei bicchieri.

Roberto è il responsabile di sala e racconta che molti ragazzi quando sono arrivati non avevano idea di cosa volesse dire fare servizio ai tavoli. «Con il nostro aiuto e grazie ad un processo di crescita, hanno imparato a servire, apparecchiare, dare una mano in cucina. Alla base di questo lavoro c’è tanto impegno e un grande rapporto di empatia con loro.  Per far sì che questo avvenga bisogna potenziare i loro punti di forza».

Michele, 21 anni, viene da Triggiano e lavora nel ristorante da cinque anni. Racconta ciò che fa mentre spilla un bicchiere di birra, guidato a distanza da Luca, che con fermezza paterna, lo indirizza a farlo nel migliore dei modi.

«Mi piace stare qui, sto facendo una bellissima esperienza. Per me questo ristorante è la mia seconda famiglia. E a casa sono molto orgogliosi di me. Il mio sogno nel cassetto? Aprire un ristorante tutto mio» confessa Michele con una punta di emozione.

Ai fornelli di “Teste calde” ci sono lo chef Vincenzo e Luigi, da due anni pizzaiolo del locale. «Lavorare con questi ragazzi è stupendo. Mi chiamano affettuosamente Gigi pizza. È una gran bella esperienza di vita da fare e da raccontare».

«Il punto di forza sono i ragazzi. I clienti vengono per l’atmosfera che si respira in questo ristorante, ci si sente a casa» racconta Vincenzo mentre dice a Daniele di mettere un mestolo di acqua di pomodoro nel piatto per poi comporre la caprese.

Daniele, ha una compagna e una bimba di pochi anni, lavora con “Teste calde” da quando il ristorante ha aperto. Aiuta in cucina, prepara gli antipasti, i dolci e impiatta durante il servizio.

«È molto autonomo perché riesce a comprendere quello che io voglio da lui – racconta Vincenzo – A volte gli faccio cucinare per tutta la brigata. È un ragazzo che dà soddisfazioni».

Luca Schiavone ogni giorno si relaziona con le problematiche che affrontano le famiglie che hanno un figlio disabile. Grazie all’esperienza di “Teste calde” ha potuto notare come per molte di loro le criticità si siano trasformate in risorse. «Vedono i loro figli felici, che non vedono l’ora di venire a lavorare. Si sono inseriti in un contesto diverso, hanno qualcosa da proporre a se stessi e alla loro famiglia». «Tutte le nostre storie sono significative, ma una in particolare la ricordo sempre con molto piacere. Arrivò da noi un ragazzo che i genitori volevano inserire in un residenziale. Insistemmo molto per fare sì che lui restasse da noi nel centro diurno. Era affetto da fobia sociale. Così pensammo di allestire un bar nel nostro centro di riabilitazione equestre e di affidargli la gestione, cosi per forza di cose avrebbe imparato a confrontarsi con le altre persone. Ed è stato un successo. Subito dopo lo abbiamo inserito nel ristorante, nel tempo si è fidanzato, ha preso la patente. Tutte situazioni normali rispetto alla sua condizione iniziale di disabilità» racconta Luca, non senza una punta di orgoglio, e intanto porta il conto al tavolo dei clienti, e chiede loro se è andato tutto bene e se il primo piatto, una novità, è stato di loro gradimento.

«Perché “Teste calde” è una storia possibile? Perché restituisce dignità alle persone disabili, regalando loro opportunità uniche».