«A nessuno può essere negato il futuro». È in questa convinzione, condivisa per decenni, che la Comunità di Sant’Egidio racchiude il ricordo di don Antonio Mazzi, fondatore di Exodus, scomparso nei giorni scorsi. Un legame fatto di amicizia, collaborazione e di una comune attenzione verso i giovani, le persone segnate dalle dipendenze e quanti vivono situazioni di fragilità.
In una nota, la Comunità esprime «grande affetto» per la figura del sacerdote e condivide il dolore della sua famiglia, dei ragazzi accolti nelle comunità Exodus e di tutti i collaboratori che ne hanno portato avanti la missione. Un rapporto che, ricordano da Sant’Egidio, affonda le sue radici nella lunga amicizia con il fondatore della Comunità, Andrea Riccardi, e che nel tempo si è tradotto in iniziative concrete a favore delle persone più vulnerabili.
«Al centro di questo rapporto – si legge nel comunicato – è stata in particolare la preoccupazione per i giovani e per tutti coloro che soffrono per le dipendenze, credendo che il recupero sia sempre possibile e che a nessuno può essere negato il futuro».
Una convinzione che ha trovato espressione anche nella collaborazione tra Sant’Egidio e le comunità di Exodus, in particolare quella di Cassino, che negli anni ha accolto e accompagnato numerosi giovani e adulti indirizzati dalla Comunità. Più recentemente, la sinergia si è rafforzata con l’apertura di alcuni sportelli di ascolto di Exodus all’interno delle Case dell’Amicizia di Sant’Egidio, luoghi dove l’accoglienza va oltre il sostegno materiale per diventare ascolto, orientamento e accompagnamento nelle difficoltà quotidiane.
«Un importante impegno comune che intendiamo rinnovare», sottolinea la Comunità, riconoscendo come la scomparsa di don Mazzi lasci «un vuoto nel mondo della solidarietà, non solo italiana», ma consegni anche la responsabilità di proseguire il suo lavoro, continuando a ridare speranza a chi l’ha perduta.
Una risposta educativa al dramma delle dipendenze
La storia di don Antonio Mazzi si intreccia con una delle emergenze sociali che hanno segnato l’Italia degli ultimi decenni. Nel 1979, nominato direttore dell’Opera Don Calabria di Milano, in via Pusiano, alle porte del Parco Lambro, si trovò a operare in uno dei luoghi simbolo dello spaccio di droga in Europa. Fu proprio il contatto quotidiano con la sofferenza di tanti giovani a spingerlo a immaginare una risposta nuova, capace di andare oltre la sola assistenza.
Da quella intuizione nacque il Progetto Exodus, fondato sull’idea che il recupero di una persona non possa ridursi alla cura della dipendenza, ma debba coinvolgere l’intera esistenza, attraverso relazioni autentiche, responsabilità condivise, lavoro e fiducia.
Nel 1984, dopo aver promosso insieme alle istituzioni e al territorio la bonifica del Parco Lambro, don Mazzi ottenne l’utilizzo della Cascina Molino Torrette, destinata a diventare la casa madre di Exodus. Qui prese forma un modello educativo innovativo che superava le tradizionali comunità terapeutiche residenziali per proporre quelle che il sacerdote definiva “pedagogie itineranti”: percorsi di crescita personale fatti di cammino, esperienza, sobrietà e condivisione.
Educare per restituire dignità
Negli anni Exodus è diventata una realtà di riferimento nel panorama del volontariato italiano. Organizzazione senza fini di lucro, ha sviluppato un metodo educativo rivolto non soltanto alle persone con problemi di tossicodipendenza, ma anche agli adolescenti, ai giovani e a quanti vivono situazioni di disagio sociale.
La missione della Fondazione si articola in diversi ambiti: prevenzione, formazione, accoglienza, cura, reinserimento sociale e lavorativo, senza trascurare il sostegno alle famiglie e l’impegno nelle scuole. L’obiettivo è offrire strumenti culturali, educativi e affettivi che aiutino le persone ad affrontare le difficoltà della vita senza cercare rifugio nelle dipendenze.
I percorsi comunitari prevedono un cammino graduale, dall’accoglienza alla conoscenza di sé, fino all’assunzione di responsabilità, alla formazione professionale e al reinserimento nella società. Un metodo che ha sempre posto al centro la persona, valorizzandone le risorse e promuovendo una rinascita possibile.
Una lezione che interpella la società
Don Antonio Mazzi ha spesso ricordato che educare significa credere nelle possibilità dell’altro anche quando tutto sembra perduto. Per questo Exodus non si è mai limitata a intervenire sulle conseguenze del disagio, ma ha cercato di incidere sulle sue cause, promuovendo una cultura della responsabilità, della solidarietà e della prossimità.
Lo stile dell’itineranza, la sobrietà della vita comunitaria, il lavoro condiviso e l’aiuto reciproco sono diventati negli anni non soltanto strumenti pedagogici, ma una proposta culturale rivolta all’intera società: un invito a non rassegnarsi all’emarginazione, a non considerare nessuno un “caso perso”, a costruire comunità capaci di accogliere e accompagnare.
È un’eredità che dialoga profondamente con il carisma della Comunità di Sant’Egidio, anch’essa impegnata da decenni nell’amicizia con i poveri, nell’ascolto delle persone sole e nella promozione della pace. Due esperienze diverse, ma unite dalla stessa convinzione: ogni persona conserva una dignità inviolabile e merita un’opportunità di rinascita.
Nel ricordare don Antonio Mazzi, Sant’Egidio invita così a raccogliere il testimone di una vita spesa al servizio degli ultimi. Una testimonianza che continua a parlare alla Chiesa e alla società, ricordando che la speranza nasce quando qualcuno sceglie di farsi prossimo, restituendo fiducia a chi pensava di averla perduta per sempre.













