Padre Sorge: siamo alla vigilia di una nuova stagione cristiana

Una voce forte, profetica, della Chiesa di oggi: il gesuita Padre Bartolomeo Sorge. Attualmente è direttore delle riviste ‘Aggiornamenti Sociali’ e ‘Popoli’. Anche i suoi ultimi libri sono molto diversi tra loro: L’Ulivo che verrà(edizioni Ancora) e Per una civiltà dell’amore(Queriniana).

Padre Sorge, possiamo nutrire la speranza realistica che la civiltà dell’amore arriverà davvero, non solo nella terra di utopia?
Non solo la speranza. Tutti i segni dei tempi, letti con fede, ci fanno capire che siamo alla vigilia di una nuova stagione cristiana. Il Signore è talmente bravo che anche dai nostri errori, come può essere l’enorme peccato della guerra, sa trarre il bene… il che non vuol dire che non dobbiamo mettere tutto l’impegno per costruire appunto una civiltà dell’amore!

Quanto l’Italia può uscire cambiata da questa tempesta politica, culturale, che stiamo attraversando a livello internazionale?
Sta cambiando il mondo: ancora non possiamo rendercene conto perché siamo all’interno dei processi; però all’inizio di questo millennio il Signore sta permettendo che l’uomo, con la sua libertà, e anche con il suo peccato come dicevo poc’anzi, cambi gli equilibri che erano stabiliti da tempo immemorabile. La Provvidenza saprà trarre il bene dal male.
L’Italia non è che una piccola parte di un mondo che cambia. D’altra parte il papa con la sua profezia e la sua fede ci ha avvertito da tempo che siamo in cammino verso qualcosa di nuovo
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Noi siamo abituati a considerarci al centro di civiltà cristiana, e invece…?
Mi sembra chiaro che anche la Chiesa Cattolica non è più eurocentrica, il Signore già da tempo ha spostato l’equilibrio. Certo, il Papa sta sempre a Roma, ha voluto così il Signore, la tomba di Pietro è lì, ma mentre la chiesa europea fatica, altrove c’è abbondanza di vocazioni: sono chiese giovani, giovani generazioni che abbracciano la fede. Penso alla chiesa dell’America Latina, dell’Africa, alle chiese asiatiche.
E’ stupendo vedere come stanno cambiando equilibri che pensavamo consolidati: qui c’è quella fantasia divina che nessuno riesce mai a percepire! Quindi lasciamoci guidare, ma attivamente, nella fedeltà al messaggio
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Quali luoghi, nazioni, popoli le sembrano terreno fecondo per la fede?
Pensiamo ad esempio al continente latinoamericano. Ricordo quando ho partecipato alla conferenza dei vescovi dell’America Latina, a Puebla: tre quarti della popolazione non aveva quattordici anni. Quando ho sentito nelle assemblee, nei dibattiti(durati per mesi) come questo continente nuovo leggeva il Vangelo applicandolo alla realtà, sono rimasto veramente emozionato. Noi nella vecchia Europa siamo sistematici, abbiamo una visione teologica quasi statica: lì invece c’è proprio la profezia. E pensavo: quando questi ragazzi avranno trent’anni, chissà dove porteranno il loro entusiasmo, la loro fede. Certo è un’evangelizzazione nuova: è bellissimo vedere come i nostri schemi prefabbricati non reggono di fronte alla fantasia divina che regge la storia.

Tornando ai paesi ricchi, qual è oggi la cecità peggiore rispetto alle religioni altre, come l’ Islam ad esempio?
La questione è che noi stessi non abbiamo approfondito la religione cristiana, e allora questo ci lascia in una visione ideologica nella nostra fede. Noi e gli altri dimentichiamo che siamo tutti all’interno dell’unico disegno di Dio Padre creatore e redentore, e che per il Padre che è nei cieli non esistono figli di serie A e figli di serie B, e che siamo tutti fratelli: ci manca ancora questa mentalità ecumenica nel senso pieno del termine, tipica di un mondo che ormai è una famiglia sola. Dopo la caduta del muro di Berlino è venuta meno anche questa divisione plastica che mostrava il mondo spaccato in due. Ora, con questa globalizzazione di cui si parla tanto, non ha più senso che il colore della pelle, una catena di montagne, un oceano, una cultura o una religione diversa possano dividere fratelli tra loro Noi dobbiamo mettere un’anima profonda, una spiritualità all’interno di processi che vanno verso un’umanizzazione più grande. L’umanizzazione è parte integrante dell’evangelizzazione: non posso annunciare il Vangelo senza trasformare l’uomo e farlo crescere.

Un augurio basato su questa splendida antropologia.
Amare tanto Gesù crocifisso. Lui ha voluto prendere su di sé i nostri dolori, e così facendo ci ha impedito per sempre di chiedere: dove sei, Signore? Molte volte abbiamo sentito domandare dov’era Dio: ad Auschwitz, e ora in Iraq. Dio era in mezzo a noi, in mezzo ai sofferenti di ogni parte politica o culturale. Dov’è l’uomo che soffre, li c’è Gesù. Egli vuole donarci la Sua pace, rispetta la nostra libertà e aspetta il nostro sì. Se sapremo dirlo, vedremo cose stupende.