Joaquìn Navarro Valls: vi racconto Giovanni Paolo II

A poche ore dalla beatificazione di Giovanni Paolo II, Tele Radio Padre Pio vi ripropone l’intervista al professor Joaquìn Navarro Valls, direttore della Sala Stampa Vaticana dal 1984 al 2006. Oltre 20 anni vissuti accanto al futuro beato Karol Wojtyla.

Prof. Navarro Valls, partiamo da questa data: 1° maggio,  la beatificazione di Giovanni Paolo II. Come vivrà quella giornata? Con quali pensieri, emozioni, ricordi? Credo che quel giorno prevarrà lo stesso stato d’animo che ho avuto pochi momenti dopo la sua scomparsa: cioè di gratitudine verso colui che, con la sua vita e il suo magistero in questi anni, ci ha insegnato tanto.

L’origine del suo rapporto con Giovanni Paolo II: com’è diventato direttore della Sala Stampa Vaticana?
Come capita molto spesso, facciamo delle cose che non abbiamo scelto. Nel mio caso che non avrei voluto e di cui ho dubitato molto prima di accettare.
In quel periodo ero presidente dell’Associazione stampa estera e un giorno mi dissero che dovevo andare a pranzo dal Santo Padre. E’ stata per me una grande sorpresa.
In quell’occasione Papa Wojtyla mi chiese se avevo delle idee su come migliorare il modo con cui la Santa Sede potesse comunicare con il mondo. Ho detto qualcosa che in quel momento mi veniva in mente, c’è stata una lunga conversazione, mi ha ringraziato ed io ho lasciato il suo appartamento pensando «Bene. E’ finita qua, è stato stupendo, parlare con il Papa».
Poco tempo dopo mi è arrivata la seconda chiamata per dirmi che il Santo Padre mi aveva nominato direttore della Sala stampa vaticana. Ho dubitato, perché mi sono reso conto subito che era un compito enorme ma che ho potuto svolgere per il grande aiuto che ho sempre trovato in Giovanni Paolo II. Era incredibile la sua sensibilità nel comunicare i valori umani e cristiani di cui lui, come Papa, era depositario.
È stata un’esperienza straordinaria che è andata avanti per tantissimi anni.
 
E’ cambiata la sua vita dopo aver conosciuto Karol Wojtyla?
E’ cambiata eccome!E probabilmente nemmeno io stesso me ne rendo conto.
Intanto è cambiata da un punto di vista esterno, formale. Inizialmente ero medico, avevo fatto pratica di giornalismo come corrispondente estero.
Direi che non si può rimanere indifferenti vivendo accanto ad una persona come Giovanni Paolo II, con il suo esempio e magistero.
Lui sapeva insegnare non soltanto con la parola ma direi più efficacemente ancora con la sua stessa vita. E questo ti cambia, cambia molto profondamente le persone che ti stanno intorno. Come le dicevo, mi sembra impossibile rimanere indifferenti di fronte ad una persona così.
 
Portavoce del Papa: quali dimensioni della comunicazione ha scoperto o riscoperto in questo ruolo?
Stiamo vivendo in un’epoca di iper-comunicazione, di comunicazione continua, ma viviamo anche immersi in una serie di immagini che alle volte, spesso sono suggestive ma anche vuote, non hanno significato. Sono immagini di persone e fatti che non portano con sé un grande senso.
Invece la comunicazione che faceva Giovanni Paolo II era una comunicazione piena di significato, con la sua parola, con i suoi scritti, con i gesti. Comunicava delle verità, delle cose che la gente, non solo nell’ambito della geografia cristiana, ma in tutto il mondo, erano riconosciute per il valore che avevano. Non dobbiamo dimenticarci che la figura di Giovanni Paolo II è stata apprezzata non solo nell’ambito della fede cristiana ma in tutto il mondo. Ricordo i viaggi in tanti paese africani, in Indonesia, in Asia, in tanti paesi dell’America Latina, c’era sempre una grande attenzione per quello che questa persona comunicava.
 
A suo parere da che cosa derivava il fascino esercitato da Giovanni Paolo II sull’opinione pubblica mondiale?
Avrà ascoltato soprattutto nella prima parte del pontificato quando dicevano: questo è un pontificato dell’immagine, del gesto.
Le persone che lo ascoltavano, lo vedevano avevano l’impressione, la sicurezza che quello che lui diceva era vero. Era capace di comunicare le cose con una convinzione che le facevano vere.
Il suo messaggio sull’essere umano, sul genio femminile, come lui lo chiamava, il suo messaggio sul rispetto della persona e della dignità umana, tutto questo in un mondo, come il nostro, in una società definita liquida, dove non c’è nulla di permanente, quella ricchezza ha affascinato il mondo. Ripenso a quando per due volte, in anni diversi, è stato invitato alle Nazioni Unite. Mi ricordo i visi dei membri della Comunità Internazionale e di tutti i paese rappresentati nell’Assemblea generale, come seguivano con attenzione il messaggio umano e spirituale di Giovanni Paolo II. Qualcuno pensava: non so se potrò vivere a livello etico quello che lui mi chiede, però lui ha ragione, questo è quello che affascinava di più.  
 
Qual è stato il momento più difficile o drammatico vissuto accanto a Giovanni Paolo II?
Sono stati tanti i momenti difficili in un pontificato così lungo e pieno.
Lui ha vissuto quegli anni di tensione tra il 1979 e il 1989 dove, sì, cominciavano i cambiamenti nell’Est europeo, ma non si sapeva come sarebbe finita. Oppure situazioni drammatiche in tante parti del mondo. Ricordo in modo particolare un giorno, durante un viaggio in Colombia, lui ha voluto visitare un paese chiamato Armero, di 25 mila persone, che per una tremenda slavina era stato sepolto. 25 mila persone annientate, morte. Lui ha voluto andare lì, non ha detto una parola, si è inginocchiato sul quella terra e a pregato a lungo. Rientrando gli ho chiesto qualcosa, e lui ha detto “Sì, è tremendo, l’uomo schiacciato” e poi è rimasto a pensare e ha continuato “Ma l’uomo non può essere schiacciato mai, perché prima Dio è stato schiacciato il Cristo. Riferiva tutto il dolore, quella sofferenza, le morti di quelle persone nella Passione di Cristo, dove unicamente si può trovare qualche spiegazione e soprattutto un senso alla sofferenza umana. È stato un momento davvero drammatico che ho avuto la fortuna di vivere con lui.
 
In quali occasioni affiorava la dimensione umana del Santo Padre?
Penso che la dimensione umana del Santo Padre affiorasse di continuo, sempre. Ricordo i numerosi momenti della sua quotidianità, quando non era di fronte alle persone. Che tratto del suo carattere mi ricordo di più? Nelle ore di lavoro, di conversazione, quando lo accompagnavo nei pochi giorni che trascorreva in montagna d’estate, mi ricordo la simpatia di quell’uomo che sapeva ridere, così facilmente che il sorriso in viso era naturale. Sorrideva, rideva e sapeva far ridere le persone che lo accompagnavano. Ho pensato e scritto qualcosa sul buonumore dei santi, compreso lui, sono tutte persone di un ottimo buonumore. Io penso che se ci parlano di un santo che non aveva buonumore: o ci stanno raccontando male la storia di quella persona o quella persona non era santa.
 
Ci racconti un episodio in cui emerge un Giovanni Paolo II inedito?
La vita privata di Giovanni Paolo II non era molto diversa da quella che tutti vedevano quando era in pubblico. Però qualcosa si può raccontare: un giorno eravamo qui a Roma, sono entrato nella sua piccola cappella del suo appartamento, senza che lui si rendesse conto che fossi entrato. Guardava il tabernacolo, pensava di essere solo in quel momento, e l’ho visto che cantava di fronte al tabernacolo. Mi sono ricordato di quello che diceva Sant’Agostino: “Cantare è pregare due volte”. Lui nell’intimità con Dio, quando già le parole rimanevano come poca cosa, allora cominciava a cantare, lo faceva in polacco, di fronte al tabernacolo. Probabilmente non erano canti liturgici, ma si trattava, dal ritmo con cui lui cantava, di canti popolari polacchi.
In un’altra occasione, quando lui era già anziano e camminava male, si aiutava con due bastoncini, e guardandoci, eravamo in due o tre ad accompagnarlo, ci disse “Guardate che una volta io vi stancavo a voi tutti”. Ed era vero: ci stancava veramente durante quelle lunghe camminate, in cui pregava, rideva…erano magnifiche.    
 
Quale testamento spirituale Karol il grande ci ha lasciato?
Ci ha detto una cosa di cui tutti avevamo bisogno. Lui ci ha convinti che l’uomo e la donna sono molto meglio di quello che pensano di essere e di quello che la cultura contemporanea sta loro dicendo. Questo lui l’ha detto in sessanta mila modi e lo abbiamo capito tutti: sei molto meglio di quello che tu pensi, puoi fare di più, stai facendo poco perché sei pessimista verso te stesso. Invece hai delle capacità incredibili, sei aperto alla trascendenza. Questo discorso, in un’epoca in cui vige un pensiero minimalista e pessimista sull’essere umano, è stato di un’attualità ed efficacia straordinarie.