Inchinarsi a Dio: il teologo Bruno Forte spiega i significati del digiuno.

Dopo le manifestazioni di piazza, il desiderio di pace ha portato milioni di persone a condividere un gesto molto diverso, privato: digiunare.
Monsignor Bruno Forte, membro della Pontificia Accademia di Teologia, ha spiegato ai microfoni di ‘Mattino dieci’, il senso autentico del digiuno.

“Il digiuno cosi come il papa lo ha riproposto, per credenti e non credenti(in tanti vi hanno aderito), ha a che fare con la più profonda verità dell’uomo davanti a Dio.
Nella grande tradizione biblica è possibile rilevare tre sensi propri del digiuno: antropologico, spirituale, escatologico.
Il primo è quello antropologico, cioè che riguarda le relazioni tra gli uomini.
Come ricorda il profeta Isaia, digiunare vuol dire fare parte al povero di ciò che noi abbiamo, privarci di qualcosa per condividerlo con altri: è la dimensione di solidarietà, di prossimità, che non va mai dimenticata soprattutto nella nostra società affluente, dove la tentazione della sazietà, e dunque della chiusura nel nostro egoismo, può essere sempre così sottile e incombente, specie in Occidente.
In secondo luogo, la profonda indicazione spirituale.
Nella tradizione ebraica, digiunare vuol dire propriamente ‘inchinare l’anima’. Questo perché nell’antropologia biblica l’uomo è inseparabilmente spirito, cuore e carne; indebolire, abbassare le pretese dell’io è dunque, riconoscere che soltanto Dio è Dio, e davanti a Lui noi siamo, con il nostro limite creaturale oltre che coi nostri peccati. Digiunare vuol dire confessare la totale dipendenza da Dio, attribuire solo a Lui il potere e la gloria.
E’ in questo modo che il digiuno raggiunge il cuore dell’Altissimo, infrange quel silenzio di Dio di cui il Papa ha parlato perfino con angoscia qualche mese fa, quel silenzio che si rompe soltanto quando un cuore convertito mostra all’uomo un Dio che gli va incontro per abbracciarlo.
Infine, la dimensione escatologica.
L’espressione del desiderio, della speranza: è come se la fame passasse in secondo piano, quando si è in attesa dell’amato, quando si veglia nella notte. Tempo in cui c’è bisogno di riscoprire il profondo desiderio di Dio, scoprire che Lui solo può soddisfare il nostro cuore inquieto, che non troverà pace finché non avremo scoperto che è solo Dio al di sopra di tutto, e finché non avremo tutto orientato a Lui come Signore unico ed esclusivo nella nostra vita.
E oggi tutto questo non può non avere un forte peso sullo scenario del mondo.
La guerra incombente è una guerra alla quale il papa continua a dire con tutte le sue forze il no della ragione, il no della morale, il no della fede. No perché la guerra è sempre e solo distruzione, ed altre sono le vie per cercare una maggiore giustizia nel mondo.Dunque la risposta che bisogna dare alla barbarie del terrorismo e della violenza quale si è espressa a partire dall’undici settembre 2001 non può essere quella delle armi, ma quella di una maggiore giustizia per tutti, e sopratutto per le masse di diseredati, la cui miseria costituisce l’olio della fiamma del terrorismo.
Siamo di fronte ad un cambiamento di logica, di mentalità, che, attraverso il digiuno e la preghiera, il papa ci invita a chiedere a Dio, perché Lui solo può operarlo. Ed è infine significativo che credenti di tutte le religioni e non credenti abbiano aderito all’invito del papa: è come se questo bisogno di significare l’esigenza di un cambiamento di rotta e al tempo stesso di sperare contro ogni speranza, sia profondo nel cuore umano.
Il papa è diventato in questo momento più che mai la voce della verità del cuore che invoca davanti a Dio, e Dio voglia che questa voce sia esaudita e che l’impossibile diventi possibile”.