Il tempo della conversione

 

In Cristo siamo popolo regale, sacerdoti per il nostro Dio” è il titolo della rubrica curata dal prof. Giovanni Chifari, docente di Teologia Biblica, offerta agli amici di Tele Radio Padre Pio ogni martedì  pomeriggio , nel corso del programma “Un senso, un traguardo”, come piccolo “strumento” per una crescita personale che scaturisce da un impegno generato dalla Parola di Dio ascoltata, meditata, celebrata e condivisa. Vi proponiamo alcuni stralci tratti dalla puntata del 2 marzo 2010 realizzata nel corso della rubrica dedicata all’Anno Sacerdotale.
   
Nella settimana che ci condurrà alla terza domenica di Quaresima, proveremo a riflettere sul tema della conversione. Ad essa sembra richiamare l’intero itinerario quaresimale, e ad essa sembra riferirsi Gesù nella parabola che ascolteremo nel Vangelo.
 
 
Stiamo percorrendo il cammino quaresimale seguendo le letture dell’anno C che hanno come filo conduttore la conversione. Dopo le domeniche delle “tentazioni” e della “trasfigurazione”, vengono alcune domeniche dove viene ripetuto l’invito a convertirci tornando al Signore e ad accogliere il suo perdono:  domenica prossima ci sarà la parabola del figlio prodigo, e la domenica dopo il racconto dell’adultera e del suo perdono. Abbiamo quindi da rinnovare il desiderio di ritorno al Signore, nella convinzione che Lui è infinitamente buono e misericordioso e quindi il ritorno è possibile. Il suo ritorno ci è promesso come l’abbiamo ascoltato nel Salmo responsoriale (cfr. Sal 102).
 
Cercando di scendere più in profondità, cosa la Parola di Dio vuole indicarci? Quale il senso della parabola di Gesù?
 
Nel ricordare l’episodio certamente storico, che fa riferimento ad un esperienza comune con il proprio uditorio e destinatari, Gesù intende rimuovere alcune idee presenti nella gente che non interpretano né colgono bene l’identità di Dio né tantomeno la sua volontà. I galilei uccisi dai romani così come i 18 sopra cui rovinò la torre di Siloe, hanno in comune la cessazione della loro esistenza terrena, tuttavia la loro sorte non rivela che essi fossero peccatori più degli altri galilei. Allo stesso modo tornano alla mente le parole con le quali i discepoli alla vista del cieco nato, chiedono a Gesù chi avesse peccato affinché lui si trovasse in questo stato. Gesù compiendo un opera di rinnovamento culturale, sottolinea l’importanza della conversione. “se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”. La parabola tuttavia rivela l’indole magnanima e l’immensa bontà di Dio. Non è un caso che diversi salmi presentino la bontà del Signore come un attributo che caratterizza la sua identità. Il Signore è anche misericordioso, a motivo dell’intercessione salvifica di Gesù. Tornano in mente le parole di Giovanni Battista che durante la sua predicazione affermava che la scure è pronta alla radice. Il giudizio escatologico è in effetti pronto, tuttavia è come procrastinato per la mediazione del Cristo. Il fico sterile e che tuttavia avrebbe dovuto portare frutto è Israele, vigna del Signore. Essa è invitata alla conversione. Ricordiamo la parabola lucana della pecorella perduta, o della dracma perduta o del figliol prodigo. La pecora è persa fuori, la dracma è persa dentro, il figlio minore si perde fuori e il figlio maggiore si perde dentro. Sullo sfondo l’infinita misericordia di Dio, il suo amore ma anche la necessità della nostra conversione.
 
Proprio il riferimento alla conversione ci offre la possibilità di cogliere alcuni aspetti in chiave sacerdotale.
 
Così come ha ricordato il Santo Padre nella preghiera per l’indizione dell’anno sacerdotale, il presbitero è colui che è innamorato di Dio. L’amore è infatti, così come sostengono gli studiosi di spiritualità, il vero inizio della conversione. Chi si converte si sente amato. La conversione produce un cambiamento delle menti e dei cuori che si traduce in comportamenti diversi. Il figliol prodigo tornerà al Padre (quarta domenica di quaresima), l’adultera cambierà vita (quinta domenica di quaresima). C’è un intervento di Cristo, l’ascolto di una parola, ovvero l’intervento di un fatto particolare del quale si fa esperienza nell’esistenza che tuttavia solo retrospettivamente si configurerà come irruzione verticale di Dio, esperienza soprannaturale. I mutamenti di condotta che scaturiscono dalla conversione, sono il risultato  di riflessioni che intendono comprendere il senso dei fatti accaduti, ma soprattutto scoperta che la verità è una persona, il Cristo crocifisso e risorto.  Riflettere sulla propria conversione significa rendere ragione della propria speranza e ravvivare il dono della propria vocazione e del proprio ministero nella chiesa.