«La pena, la prigione hanno senso se, mentre affermano le esigenze della giustizia e scoraggiano il crimine, servono al rinnovamento dell’uomo, offrendo a chi ha sbagliato una possibilità di riflettere e cambiare vita, per reinserirsi a pieno titolo nella società». È la parte più significativa dell’omeliapronunciata da Giovanni Paolo II domenica 9 luglio 2000, per il Giubileo delle carceri. Parole rimaste scolpite nella storia, non solo della Chiesa, ma anche della filosofia del diritto.

Pochi giorni prima, in un apposito messaggio scritto in vista dell’evento, dopo aver denunciato il persistere, in alcuni Stati, di norme sulla reclusione «contrarie alla dignità e ai fondamentali diritti dell’uomo», di «condizioni precarie dei luoghi di detenzione» e di «vessazioni inflitte talvolta ai detenuti per discriminazioni dovute a motivi etnici, sociali, economici, sessuali, politici e religiosi», il Pontefice ha lanciato «un appello ai governanti» per chiedere: «un maggior ricorso alle pene non detentive»; «iniziative che consentano ai detenuti di svolgere […]attività lavorative capaci di sottrarli all’immiserimento dell’ozio» e, infine, un gesto «di clemenza a vantaggio di tutti i detenuti: una riduzione, pur modesta, della pena», come «chiaro segno di sensibilità verso la loro condizione, che non mancherebbe di suscitare echi favorevoli nei loro animi, incoraggiandoli nell’impegno del pentimento per il male fatto e sollecitandone il personale ravvedimento».

Convinto che «il carcere non deve essere un luogo di diseducazione, di ozio e forse di vizio, ma di redenzione», Papa Wojtyla è intervenuto su questo tema ben 33 volte e, inoltre, hatestimoniato la sua vicinanza ai detenuti con gesti concreti, recandosi di persona in 17 case circondariali, in Italia, in Brasile, nelle Isole Salomone, in Cile, in Messico, in Venezuela e, naturalmente, nella sua Polonia. La prima volta, poco più di un anno dopo la sua elezione, nel giorno dell’Epifania del 1980, andando a trovare i giovani rinchiusi nell’istituto penale per minorenni “Casal del Marmo” di Roma, ai quali disse, con semplicità : «Sappiate che io sono venuto tra voi perché vi voglio bene, […] sappiate che il Papa si rivolge a voi con stima, come a giovani che hanno la capacità di fare domani tanto bene nella vita». E ai quali chiese: «Vorrei che prendeste coscienza della forza, imprevedibile e nascosta, insita nella vostra giovinezza, che è tale da poter sbocciare in un domani operoso […] Voglio dire a ciascuno di voi che avete delle capacità di bene, di onestà, di laboriosità […] rese talvolta anche maggiori e più vigorose dalla vostra stessa faticosa esperienza».