“Gesù si riconosce nell’amore”

 

“In Cristo siamo popolo regale, sacerdoti per il nostro Dio è il titolo della rubrica curata dal prof. Giovanni Chifari, docente di Teologia Biblica, offerta agli amici di Tele Radio Padre Pio ogni martedì pomeriggio nel corso del programma “Un senso, un traguardo”,  come piccolo “strumento” per una crescita personale che scaturisce da un impegno generato dalla Parola di Dio ascoltata, meditata, celebrata e condivisa. Vi proponiamo alcuni stralci tratti dalla puntata del 13 aprile 2010 realizzata nel corso della rubrica dedicata all’Anno Sacerdotale.
 
Domenica prossima saremo già alla terza di Pasqua, seguendo un itinerario che ci ha fatto riflettere sull’apparizione di Gesù a Maria di Magdala e poi a Tommaso; adesso sarà la volta di Pietro ed i sei discepoli che erano andati con lui a pescare. Ma prima di entrare all’interno del testo, soffermiamoci sul senso di queste apparizioni.
Mentre l’atto della resurrezione è un fatto che si gioca all’interno del rapporto trinitario tra Padre, Figlio e Spirito, le apparizioni mostrano che l’evento della resurrezione è reale. Esse svolgono la funzione di testimonianza. C’è identità tra il Gesù crocifisso e il Cristo glorioso della fede. Gesù non viene riconosciuto se non a partire da segni ben precisi che richiamano la vita della prima comunità cristiana, che faceva esperienza di Dio nell’ascolto e comprensione delle Scritture e nella mediazione sacramentale. Si pensi alla vicenda dei discepoli di Emmaus che riconoscono Gesù allo spezzare del pane, dunque nel sacramento dell’Eucarestia, e si ricollegano a quell’altra esperienza epifanica che era stata la comprensione delle Scritture a partire da ciò che Gesù in persona invita a fare. Allo stesso modo l’eunuco catechizzato da Filippo riconoscerà la presenza del Risorto non appena scende nell’acqua, fatto che rinvia al sacramento del battesimo.
 
Nell’apparizione di Gesù a Pietro ed i discepoli quali sono i temi che si possono evidenziare e quale riflesso della vita della chiesa primitiva possiamo cogliere da questi passaggi?
Innanzitutto dobbiamo precisare che il capitolo 21 di Giovanni costituisce una sorta di seconda conclusione del suo vangelo con un taglio maggiormente ecclesiale. La chiesa dei primi tempi è consapevole della novità di vita introdotta nell’intera umanità per opera del Risorto, tutti fanno esperienza del dono dello Spirito, che consente loro di rileggere le vicende precedenti alla luce dello Spirito del Risorto. Siamo di fronte ad un popolo di Trasfigurati, poiché illuminati e sostenuti dalla forza della resurrezione. Tutto è ormai diverso. Il ritorno alla vita di un tempo, “Pietro va a pescare”, sarà rinnovato dal Risorto. Tutto ciò che facciamo dobbiamo farlo da risorti con Cristo. Come dice l’Apostolo, è opportuno possedere gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù; dove per sentimenti non si indica romanticismo emotivo, bensì lasciarsi rinnovare dalla forza creatrice dell’amore. Il racconto è attraversato dal dialogo Pietro-Gesù. Il discepolo cingendosi la sopravveste da solo si tuffa in mare per nuotare verso Gesù. Tuttavia all’interno del successivo dialogo vedremo che la conversione di Pietro si completerà quando egli sarà a sua volta cinto da un altro. Anche Pietro sarà chiamato al dono totale della vita per Gesù. Come riconoscere la Pasqua? Come riconoscere Gesù? La risposta che emerge dal testo è nell’amore, ovvero nella carità. Gesù mostra ai discepoli un amore preveniente, vedi l’invito a gettare la rete dal lato destro, ma anche il fuoco, pane, pesce. Tutto ciò ha il significato di accoglienza, condivisione, amore. Ancora una volta è pienamente riconosciuto nel momento in cui si mangia. L’eucarestia è il luogo nel quale la chiesa riconosce il suo Signore. In essa offriamo a Dio ciò che Lui stesso ci ha donato.
 
I diversi spunti che ci provengono dall’attuale clima che vede la Chiesa dover affrontare diverse critiche, forse ci consentono di dare una lettura più intensa di questo dialogo fra Gesù e Pietro.
Certamente dalle parole di Gesù a Pietro, intendiamo che chi segue Gesù è chiamato a dover soffrire per il suo Nome. Le persecuzioni caratterizzano la vita del cristiano.   “In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi».  Tuttavia in particolar modo per tutti i sacerdoti, e per chi diviene pastore del gregge c’è la consapevolezza che lo attende la stessa immolazione del Signore come segno supremo dell’amore. C’è infatti un costante martirio spirituale, un morire a se stessi che tuttavia contraddistingue anche l’esperienza del matrimonio cristiano. I due coniugi infatti, lasciandosi convertire dalla grazia divina, fanno esperienza in Cristo del morire a se stessi per ritrovarsi nell’altro.  Per il Santo Padre in questo momento di particolare sofferenza ed amarezza, invochiamo la consolazione dello Spirito ma anche quella degli uomini, evidente nelle manifestazioni concrete date dai sacerdoti e dal decano del collegio cardinalizio S.E. Mons. Sodano nel giorno di Pasqua. Per l’anno sacerdotale è opportuno soffermarsi infine sul segno dell’eucarestia nel quale si riconosce il Cristo Risorto.