Prima di essere ucciso ha compreso il senso dell’offerta vittimale.
Il mistico Cappuccino in tre circostanze previde la sua morte violenta.

Per tanti anni ha festeggiato il suo compleanno il 23 settembre, ignaro che in quella data avrebbe terminato il suo cammino terreno Padre Pio, di cui era molto devoto. Aldo Moro lo incontrò per l’ultima volta il 15 maggio 1968. Era in Puglia per la campagna elettorale nella sua storica circoscrizione per la Camera dei Deputati, la Bari – Foggia. Stava per concludersi la quarta legislatura dell’era repubblicana, di cui lo statista di Maglie era stato l’indiscusso protagonista. Infatti, dopo un governo balneare monocolore DC guidato da Giovanni Leone, i tre successivi, tutti quadripartito (DC, PSI, PSDI e PRI), furono presieduti da Moro, che rimase ininterrottamente a Palazzo Chigi fino al naturale scioglimento delle Camere. Le numerose foto di quel 15 maggio 1968 consegnano alla storia l’immagine di un colloquio sereno, cordiale.

Lo stesso leader politico ricordò «con commozione la benevolenza» che gli aveva riservato il Frate stimmatizzato, nel telegramma di cordoglio inviato al convento di San Giovanni Rotondo nel settembre di quell’anno (cfr. Positio super virtutibus, vol. I/1, p 51). Certamente il Presidente del Consiglio non poteva prevedere che quello sarebbe stato un addio. Il mistico Cappuccino, invece, sapeva quello che sarebbe accaduto dieci anni dopo. Lo ha rivelato Giovanni Gigliozzi in un’intervista che mi ha concesso nel 2002, parlandomi di un episodio avvenuto nel 1960: «Nel corridoio della cella di Padre Pio c’era un tavolo di vimini. Sul tavolo di vimini c’erano dei giornali. Padre Pio si soffermò un istante, guardò la copertina di uno di questi giornali, poi si portò le mani davanti alla faccia e disse: “Dio, quanto sangue… quanto sangue… quanto sangue!”. Su quel giornale c’era la foto di Aldo Moro. Poi ho capito». Lo ha confermato una confidenza di padre Tarcisio da Cervinara a padre Marciano Morra e riportata da quest’ultimo nel suo libro Con Padre Pio a tu per tu. In un pomeriggio imprecisato del 1954, mentre si recava in chiesa per confessare, il Frate stigmatizzato si fermò, si irrigidì e rimase per pochi istanti con gli occhi sbarrati, come se stesse fissando qualcosa, e gridò: «Morooo!… Morooo!… Si muoreee!…».

Quindi tornò in sé e riprese a camminare, come se nulla fosse accaduto. Padre Tarcisio, che lo accompagnava, chiese spiegazioni per quel singolare comportamento. Ma non ottenne risposta. Nei giorni seguenti Padre Pio si chiuse in un insolito silenzio e non manifestò nessuno dei suoi consueti tratti di buonumore. Secondo l’avvocato Nicola Giampaolo, postulatore e incaricato di raccogliere la documentazione per la Causa di beatificazione e canonizzazione dell’esponente democristiano, «san Pio da Pietrelcina, durante una visita dello stesso statista a San Giovanni Rotondo, gli avrebbe preannunciato l’orrenda morte» anche personalmente (Aldo Moro. Un cristiano verso l’altare, p.61).


Il leader politico pugliese può essere certamente annoverato tra gli autentici devoti del Cappuccino stigmatizzato. Sono, infatti, documentati almeno tre suoi viaggi-pellegrinaggi a San Giovanni Rotondo: il primo negli anni Cinquanta, l’ultimo il 6 giugno 1976, per pregare sulla tomba di Padre Pio, poco più di un mese dopo le dimissioni dal suo ultimo mandato di presidente del Consiglio dei Ministri. Lo si deduce anche dalla testimonianza di monsignor Antonio Mennini, all’epoca vice parroco di Santa Lucia, oggi nunzio apostolico in servizio presso la Segreteria di Stato, che in un’intervista rilasciatami il 20 settembre scorso ha raccontato che spesso il suo amico Aldo Moro, «parlando della situazione italiana, diceva che, se ad una stagione di diritti non fosse subentrata una stagione di doveri, certamente il popolo italiano sarebbe andato incontro a molte difficoltà e aggiungeva: “Avremmo bisogno di santi come Padre Pio per sfuggire soprattutto alla morsa dell’egoismo”».

Sicuramente il giurista pugliese ha sempre seguito la stella polare del Vangelo nel suo percorso di impegno sociale e politico, a cominciare dalla sua adesione alla FUCI, nel novembre del 1934, subito dopo l’iscrizione alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari, divenendone il presidente del circolo cittadino. Anche in questo ambito, come nel brillante e rapido curriculum di studente, il giovane Moro presto si fece notare per le sue doti di serietà e di impegno, soprattutto nell’organizzare il XXII Congresso nazionale FUCI, che si svolse nel capoluogo pugliese nel 1936. Per questo, tre anni dopo, Papa Pio XII lo nominò presidente nazionale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana, su suggerimento dell’allora mons. Giovanni Battista Montini, ex assistente ecclesiastico generale della FUCI nonché convinto estimatore di Padre Pio (cfr. Paolo VI, futuro santo e devoto di Padre Pio, in Voce di Padre Pio, settembre 2018, pp. 28-31). Un altro passo significativo nell’evoluzione del pensiero sociale di Moro, a due anni dall’inizio della sua carriera di docente universitario, è la partecipazione alla “Settimana teologica per laici”, che si svolse dal 18 al 24 luglio del 1943 presso l’eremo benedettino di Camaldoli, dove si riunirono circa 30 intellettuali cattolici (economisti, giuristi, sociologi, tecnici e dirigenti). Ne scaturì un documento programmatico, denominato appunto “Codice di Camaldoli”, da cui trasse ispirazione l’azione politica della Democrazia Cristiana. Tale percorso formativo ha orientato il pensiero del professore di Maglie, dal suo ingresso nel palazzo di Montecitorio come deputato dell’Assemblea Costituente fino all’ultimo giorno di prigionia nelle mani delle Brigate rosse, inducendolo alla costante e ostinata ricerca del dialogo per cercare di conquistare la convergenza tra i partiti, ravvisando in questa linea l’essenza della democrazia. Con la stessa coerenza egli riuscì a mantenere sempre viva la sua fede, come dimostra la corona del Rosario, visibilmente consumata, e la catenina con una medaglietta della Madonna, ritrovate nella Renault 4 rossa, accanto al suo corpo. E come confermano le parole, scritte nelle sue lettere durante il sequestro, che ricalcano la spiritualità di Padre Pio: «Ho solo capito in questi giorni che vuol dire che bisogna aggiungere la propria sofferenza alla sofferenza di Gesù Cristo per la salvezza del mondo». Questa fede gli ha dato la forza persino di perdonare i suoi sequestratori (cfr. A. VENEZIA – N. GIAMPAOLO, Occhi al Cielo, pp. 77 e s.).

La vita di Aldo Moro in breve

Nato a Maglie (LE) il 23 settembre 1916, dopo aver conseguito la maturità classica al liceo “Archita” di Taranto, nel 1938 si è laureato in giurisprudenza all’Università di Bari. Nel 1945 ha sposato, a Montemarciano (AN), Eleonora Chiavarelli. Dal matrimonio sono nati: Maria Fida (1946), Anna (1949), Agnese (1952) e Giovanni (1958). Ha cominciato ad insegnare nel 1941 presso l’Ateneo barese. Nel 1963 si è trasferito all’Università di Roma. Dopo una ultratrentennaleattività politica, è stato rapito il 16 marzo 1978 e ucciso il 9 maggio dello stesso anno. Il 21 settembre 2012 è stato accettato il libello di domanda per l’avvio della Causa di beatificazione e canonizzazione.

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