Per amore di verità. Alcune considerazioni sul caso Gemelli-Padre Pio

È stato pubblicato di recente un articolo sul quotidiano Avvenire dal titolo «Padre Gemelli non fu un “bugiardo”: vide davvero le stimmate di padre Pio».

Nel testo l’autore sostiene di essere venuto a conoscenza, in passato, di un’«accusa di falsità nei confronti di padre Agostino Gemelli che avrebbe giudicato le stimmate [di Padre Pio], affermando di averle visitate, fatto sempre negato dai testimoni», i quali concordemente hanno attestato che, il 19 aprile 1920, vi fu solo «un colloquio brevissimo tra i due senza visione delle stimmate». 

Padre Agostino Gemelli

Secondo l’autore dell’articolo, dopo il citato incontro, Gemelli «inviò al Sant’Uffizio una relazione nella quale affermò di ritenere le stigmate manifestazioni somatiche di natura isterica […] dichiarando di averle viste» e «continuò ad affermare durante tutta la sua vita di aver visitato ed esaminato le stimmate di padre Pio, sebbene tacciato di dire il falso».

Quindi l’autore dell’articolo annuncia una «novità ora emersa», consistente in «una dettagliata relazione al Sant’Uffizio (13 pagine dattiloscritte, con correzioni autografe) datata 6 aprile 1926», da cui – sempre secondo l’autore – «risulta» che «padre Agostino Gemelli visitò due volte San Giovanni Rotondo e padre Pio. La prima volta fu nel 1919, essendo di passaggio, per ragioni di servizio militare, a Foggia». «Mi recai a S. Giovanni Rotondo – scrive il francescano – […] mi trattenni due giorni a S. Giovanni Rotondo, ospite del Convento dei Cappuccini. Ebbi modo di vedere più volte il P. Pio e di conversare assai a lungo con lui. Esaminai anche le piaghe di P. Pio». Altro dettaglio: «nella prima visita del 1919, non rivelò di essere padre Gemelli», ma «si presentò come medico» e continuò «sino in fondo la commedia del medico convinto e convertito per avere agio di osservare, vedere, constatare».

Sin qui la ricostruzione e la tesi, esposte nell’articolo di Avvenire che, però, meritano alcune considerazioni. 

Anzitutto va precisato che, contrariamente a quanto riportato nell’articolo e come si evince dalla copia anastatica allegata (vedi rigo evidenziato in giallo), è stato proprio Gemelli ad affermare di aver accertato «alcuni fatti», dopo aver «avvicinato il Padre Pio, senza alcun intento di studio e senza compiere alcun esame dal punto di vista medico». Lo scrive il frate-medico nella citata relazione datata 19 aprile 1920, inviata a mons. Carlo Perosi, all’epoca assessore del Sant’Uffizio. Perché, dunque, Gemelli non ha dichiarato nel 1920 di aver visitato nell’anno precedente le stimmate di Padre Pio, visto che tale rivelazione avrebbe avvalorato la diagnosi contenuta in quel documento? Non è certamente credibile invocare il “segreto del Sant’Uffizio” per una relazione destinata al Sant’Uffizio! E perché Gemelli “si ricorda” solo nel 1926, nel terzo documento inviato al Sant’Uffizio, di aver visitato le stimmate di Padre Pio nel 1919? 

Copia anastatica del primo foglio della relazione di padre Gemelli del 19 aprile 1920, con l’evidenziazione del rigo in cui sostiene di non aver esaminato Padre Pio «dal punto di vista medico»

Qui ci troviamo difronte a due affermazioni, l’una contraria all’altra, scaturite dalla stessa macchina da scrivere di padre Agostino Gemelli che: o ha mentito al Sant’Uffizio nel 1920 (quando ha dichiarato di non aver visitato le stimmate di Padre Pio) o ha mentito nel 1926, quando ha dichiarato di averle visitate nel 1919).

A fare ulteriore chiarezza in questa vicenda è stato il libro La via di Padre Pio, pubblicato nel 2013 da fr. Riccardo Fabiano, in cui l’autore rivela una sua personale testimonianza: «Negli anni 1970 padre Giovanni Aurilia da Montemarano, studente all’Antonianum di Roma, dove insegnava pare Roberto Zavalloni, discepolo di padre Gemelli, fu destinatario della seguente risposta di Gemelli a Zavalloni, che confidenzialmente e privatamente gli aveva chiesto della sua posizione sullo stimmatizzato: “Ma che ti voglio dire, io le stimmate non le ho viste!”. Padre Giovanni Aurilia ha riferito questa frase a me, io la scrivo per voi lettori!» (pp. 218-219).

Inoltre, se effettivamente Gemelli ha visitato più volte le stimmate di Padre Pio nel 1919 trattenendosi nel convento di San Giovanni Rotondo per alcuni giorni, per quale ragione a distanza di pochi mesi (aprile 1920) è «partito da Milano appositamente per avere quell’incontro e vedere le stimmate», come si legge nell’articolo? Infine, se dobbiamo dare credito al fatto che Gemelli abbia visitato le stimmate di Padre Pio presentandosi come semplice medico, come mai il diretto interessato in quella circostanza si sarebbe fatto visitare senza problemi, mentre nel 1920 si è sottratto alla richiesta di un autorevole confratello nel sacerdozio e nella comune appartenenza alla famiglia francescana?

Bisogna ancora chiedersi: Se Gemelli è stato per due giorni nel convento di San Giovanni Rotondo nel 1919, arrivando con il segretario del Vescovo di Foggia, come mai di questa presenza non c’è traccia nella Cronistoria del Convento? E come mai da tale visita non è scaturita alcuna relazione?

C’è un altro aspetto che, per giustizia e amore di verità, bisogna evidenziare. Quella che l’autore dell’articolo definisce una «novità ora emersa» non solo era emersa negli atti della Causa di beatificazione e canonizzazione di Padre Pio, ma era stata già pubblicata dal vice postulatore di tale Causa, padre Gerardo Di Flumeri, nel lontano 2001, nel libro Il beato Padre Pio da Pietrelcina (pp. 421-466), dove sono state trascritte integralmente tutte e tre le relazioni di Gemelli su Padre Pio, compresa quella «datata 6 aprile 1926». Dalla lettura di quel testo, come anche del libro di Angelo Maria Mischitelli Padre Pio e il caso Gemelli (prima edizione 2003 e seconda 2009), non solo si può risalire ad una molto più ampia composizione di documenti e di fonti, ma si può anche comprendere chiaramente il motivo che potrebbe aver indotto il francescano padre Agostino a dichiarare solo nel 1926 di aver visitato le stimmate di Padre Pio. Basta mettere insieme alcuni elementi.

I tre libri citati, utili per ricostruire la verità storica sul caso Gemelli-Padre Pio.

«Nel 1925, il dottor Giorgio Festa, venuto a conoscenza delle dichiarazioni emanate dal Sant’Offizio nei confronti di Padre Pio, si decise a stendere un rapporto, che in data 7 aprile di quell’anno, fece pervenire alla Suprema Congregazione vaticana. Quel rapporto, che è considerato come la terza relazione del dottor G. Festa, è contenuto in 72 pagine dattiloscritte ed è intitolato: “Per amor di verità. Impressioni e deduzioni scientifiche sul Padre Pio da Pietrelcina. Alla S. Congregazione del S. Uffizio con profondo sentimento di rispetto e di devozione”. In detto rapporto il dottor G. Festa contesta al padre Gemelli le sue posizioni sulle stimmate di Padre Pio e su quelle degli stimmatizzati in genere. Il Santo Offizio, per un giudizio sullo scritto del dottor Festa, lo passò a padre Gemelli, il quale rispose solo un anno dopo (6 aprile 1926) con la seguente terza relazione, intitolata: “Osservazioni sullo scritto: Per amore di verità: Impressioni e deduzioni scientifiche sul Padre Pio da Pietrelcina del dottor Giorgio Festa – 6 aprile 1926”» (Il beato Padre Pio, pp. 427, 428). 

Il dott. Festa, che nel 1919 aveva sottoposto ad accurate indagini il Cappuccino stigmatizzato, nel suo «rapporto» del 1925, contestava «al padre Gemelli le sue posizioni sulle stimmate di Padre Pio e su quelle degli stimmatizzati in genere» (ivip. 428) e, in particolare, di aver «giudicato […] non secondo la scienza, ma solo secondo la propria immaginazione: senza aver affatto esaminate le sue piaghe e senza neppure aver avuto con lui quella conversazione iniziale che è elemento indispensabile a raccogliere dati positivi per un qualsiasi giudizio psicologico» (Terza relazione del dottor Giorgio Festa, 7 aprile 1925, in G. Di Flumeri (a cura di), Le stigmate di Padre Pio da Pietrelcina, p. 239). Probabilmente per confutare queste accuse, padre Agostino replicò (nel 1926) di aver esaminato le piaghe del Cappuccino di Pietrelcina e dichiarò che, a suo giudizio, erano «dovute alla erosione praticata mediante caustici», cioè «semplici autolesioni procuratesi incoscientemente da un soggetto psicopatico». E, tra l’altro, in quest’ultima relazione, pur ammettendo di non aver potuto compiere «un esame neurologico», si sbilanciò nel definire Padre Pio «un soggetto a intelligenza ben limitata», in quanto presentava «le note caratteristiche di una deficienza mentale di grado notevole con conseguente restringimento del campo della coscienza». «In lui – sentenziò il clinico francescano – si hanno le migliori condizioni per costituire con l’ex provinciale padre Benedetto la coppia incube-succube; onde si spiega come la suggestione esercitata dal padre Benedetto ha finito per creare uno stato morboso, che fra le sue manifestazioni ha avuto anche le stigmate» (cfr. Il Beato Padre Pio da Pietrelcina, pp. 430-436).

Non è questa la sede per un ulteriore approfondimento, ma credo che sia utile che gli studiosi, gli esperti e gli appassionati conoscitori della vita del Frate stigmatizzato leggano i menzionati libri. Per amore di verità.