La sindrome del cioccolato a Casal di Principe

Tina Borzacchiello è una donna determinata. Suo figlio Ruggero ha 33 anni, gli occhi verdi e la sindrome di down. Un ragazzo che ha provato sulla sua pelle l’umiliazione di sentirsi rifiutare un lavoro perché “disabile”. «E’ scattata la voglia di creare qualcosa di concreto, non solo per lui ma per le tante persone nelle stesse condizioni – racconta Tina – Così è nata la nostra cioccolateria sociale».
Casal di Principe. In un bene confiscato alla camorra, tra le stradine strette del paese casertano, ha sede il laboratorio “Dulcis in fundo”, dove Concetta, Titti, Diana, Ruggero e Filomena trasformano cioccolato grezzo in tavolette pronte per essere gustate.
“Dulcis in fundo” è un progetto “Davar”, la cooperativa sociale nata nella parrocchia di don Peppe Diana, ucciso dalla camorra 24 anni fa.
Sulla parete del laboratorio sono appesi i promemoria delle ordinazioni da consegnare, gli ingredienti da acquistare, i quantitativi di tavolette da preparare. Tutto è ordinato, l’aria è dolce e l’aroma di cacao si diffonde in tutto l’edificio.
Alla macchina temperatrice c’è Filomena che riempie gli stampi di plastica con accuratezza. Ci passa una spatola per livellare la quantità di cioccolato. Gli stampi vanno in frigo e dopo alcune ore le tavolette sono pronte per essere confezionate. È vedova da un anno. Il lavoro nella cioccolateria e l’affetto delle colleghe l’aiutano a vivere la quotidianità e a convivere con la sofferenza per la perdita del marito.
Tina, presidente della cooperativa, guarda Filomena con ammirazione. «Anche per chi vive un disagio, un limite, una disabilità ci può essere qualcosa di dolce – spiega – ecco perché il sottotitolo è “la sindrome del cioccolato”. Sindrome intesa al negativo, che noi abbiamo trasformato in qualcosa di positivo, creando un centro di abilitazione al lavoro. Questo è un posto dove vengono rispettati gli spazi e i tempi dei nostri lavoratori. Ma soprattutto dove si respira aria di casa».
Nella vetrina della stanza principale sono esposte tutte le dolci creazioni: bomboniere su misura per matrimoni, battesimi, lauree. Tina le mostra con orgoglio. Nel laboratorio Ruggiero e Titti incartano le tavolette, mentre Filomena continua a riempire gli stampi di cioccolato. Tra di loro si scambiano sguardi di complicità, c’è intesa sincera. Sono felici che il loro lavoro sia una dolce soddisfazione, un piacere per chi lo gusterà, per chi lo regalerà o ne farà il ricordo di un evento unico.
Diana è una pedagogista, ha solo la mano sinistra funzionante e si muove in carrozzina. Quando c’è bisogno aiuta in laboratorio ma il suo compito è accompagnare i ragazzi delle scuole che, da diverse parti d’Italia, chiedono di poter visitare la cioccolateria. Con il sorriso e la capacità contagiosa di renderti di buonumore, Diana spiega ai ragazzi il viaggio del seme di cacao e la sua trasformazione in cioccolato. «Qui riesco a muovermi in autonomia perché non ci sono barriere architettoniche – racconta – La mia autostima è cresciuta e oggi mi sento realizzata nel mondo del lavoro. Ed è una ricompensa per me e per i miei genitori che hanno fatto tanti sacrifici».
Arriva la psicologa della cooperativa. È una ragazza giovane. Concetta si avvicina, le dà un bacio e le lascia un foglio con un messaggio: “A Chiara dagli occhi belli”.
«La loro diversità è per noi una grande ricchezza. Ognuno ha una differente disabilità e lavorare insieme nella stessa realtà permette loro di darsi una mano, di aiutarsi, sostenersi» spiega Chiara Arrichiello mentre piega con delicatezza il biglietto che Concetta le ha lasciato. «Ad una persona con disabilità una routine stabile consente di avere un minimo di autonomia. E autonomia significa libertà. Questo permette di migliorare l’autostima e lavorare su quelle che sono le proprie abilità, soffermandosi su ciò che sanno fare piuttosto che su quello non sono in grado di fare».
Autonomia. È un traguardo importante da raggiungere soprattutto se, come Titti, alle spalle c’è un passato intrecciato alle difficoltà di socializzare con gli altri.  «Oggi faccio delle cose per me prima impensabili – racconta – come venire da sola in macchina. Mi sento parte integrante del gruppo e sono orgogliosa di far assaggiare alla mia famiglia e agli amici il cioccolato che produciamo».
“Dulcis in fundo” fa rima con dolce coraggio, il coraggio delle scelte chi ha creduto fin da subito nel progetto e di coloro che, acquistando il cioccolato, lo sostengono. «Chi compra il nostro cioccolato per la prima volta lo fa perché siamo una cooperativa sociale, lavoriamo in un bene confiscato, facciamo inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Poi ritornano e ci dicono di voler acquistare il nostro cioccolato perché è buono. Ed è proprio questo che vogliamo. Siamo una storia possibile perché tutte le cose che si fanno con passione e determinazione diventano possibili»
Un’altra giornata di lavoro sta terminando. Le tavolette di cioccolato sono allineate sul tavolo, fresche di frigorifero, lucide e pronte per essere degustate. Tina ne prende una, fondente, e la divide in tanti quadratini. «Bisogna assaggiarlo per assaporarne la bontà».
Ruggero, suo figlio, saluta e dice «Sto andando a casa». È stanco. Le ultime settimane sono state impegnative per i ragazzi. Hanno confezionato centinaia di tavolette su commissione. Arriva la sorella di Concetta per accompagnarla a casa. Racconta che da quando frequenta il laboratorio è diversa, più reattiva e felice di rendersi utile.
Concetta abbraccia Tina e le dice: «Hai un sorriso speciale».