Era un leone intrepido, che andava fiero della sua età, degli anni di professione religiosa e di ministero sacerdotale, rivelandoli spesso durante le omelie, nelle Celebrazioni Eucaristiche che presiedeva nel Santuario di San Giovanni Rotondo. Fr. Luigi da Serracapriola, al secolo Teodorico Beniamino Ciannilli, classe 1924, si era trasferito qui nel 2015, all’età di 91 anni, per soggiornare nell’infermeria provinciale, dove gli prestavano le cure necessarie a rallentare il progressivo indebolimento delle ginocchia e per migliorare la funzionalità dei bronchi. Ma, finché le forze glielo hanno permesso, non è vissuto da ospite. Si sentiva e voleva essere membro attivo della fraternità. Si è sempre reso disponibile per le confessioni e per le Messe “ad orario”, dove rispolverava la sua grande capacità oratoria, acquisita con gli studi di sacra eloquenza e maturata nella lunga esperienza di predicatore e di animatore di missioni popolari. All’inizio, per spostarsi, gli era sufficiente il suo inseparabile bastone. Nell’ultimo anno, invece, sentiva la necessità di essere sostenuto da qualcuno, soprattutto nel salire o nello scendere i gradini. Era cominciato un progressivo e rapido decadimento, fisico e psicologico. Non riusciva a respirare bene e questo era diventato per lui motivo di angoscia. Da due mesi non lasciava più la sua camera, dove gli sono venuti meno, prima la sua un tempo inarrestabile loquacità, poi la capacità di deglutire, infine la possibilità di idratarsi attraverso le flebo. E dove, ieri mattina, ha reso l’anima a Dio. 

Durante i funerali, presieduti questa mattina dal ministro provinciale dei Frati Minori Cappuccini della Provincia religiosa di Sant’Angelo e Padre Pio, fr. Maurizio Placentino, è stato evidenziato il suo fruttuoso impegno nell’evangelizzazione: in Eritrea, a Carbonia e Rapolla con le Pontificie Opere Missionarie e come cappellano degli emigranti in Svizzera. 

Fr. Maurizio ha, inoltre, ricordato che fr. Luigi è stato guardiano di diversi Conventi, la prima volta «quando non aveva raggiunto nemmeno l’età di 30 anni, nella casa di Noviziato, a Morcone». A questo specifico incarico è rimasta legata un’esperienza, triste quanto significativa, che il Ministro provinciale ha sinteticamente rievocato: «Il convento del Noviziato, in quei tempi del dopoguerra, aveva molte giovani bocche da sfamare, ma in genere non molte entrate. Padre Luigi non si risparmiò mai nell’accettare incarichi di predicazione ai quattro angoli d’Italia, felice di portare, con il suo lavoro nella vigna del Signore, il pane ai suoi novizi. I frati anziani, naturalmente, talvolta mormoravano di questo giovane guardiano “che non c’era mai”, dimenticando il duplice scopo di quelle assenze: la predicazione e il sostentamento dei ragazzi. Padre Luigi, che al di là delle apparenze ha sempre avuto un consistente fondo di timidezza, confidò il suo disagio al Ministro provinciale, il buon padre Teofilo dal Pozzo della Chiana. Questi, anch’egli innamorato della predicazione, si recava spesso per questo ministero assieme a lui. Perciò in quella circostanza sorrise e, da buon toscano, disse stentoreo: “Padre Luigi, se mormorano di te, devono mormorare prima di me. Non sono forse io stesso che ti chiamo sovente per la predicazione? Non preoccuparti e continua a predicare il Vangelo”. Così padre Luigi poté continuare a rendersi disponibile, con entusiasmo e con maggiore serenità, per la predicazione e le missioni». 

Un altro fecondo ambito di apostolato di fr. Luigi è stato «quello che allora si chiamava Terz’Ordine Francescano», che comprendeva anche la direzione della rivista L’Amico del Terziario. «Spesso affermava, compiaciuto, di essere stato l’ultimo commissario del Terz’Ordine Francescano e il primo assistente provinciale dell’Ordine Francescano Secolare», ha detto il celebrante, che poi ha spiegato: «Difatti fu con la Regola di Paolo VI del 1978, che il termine antico, “commissario”, fu abbandonato e sostituito con quello di “assistente”, che meglio esprime la teologia di comunione del Concilio Vaticano II».

Infine, fr. Maurizio ha evidenziato un aspetto particolare della spiritualità del confratello defunto, che non ha trascurato «mai l’intimità con Dio. Sua pratica quotidiana era la meditazione della Sacra Scrittura, i cui esiti egli puntualmente appuntava nelle agende, che fiero mi mostrava ogni volta che gli facevo visita nella sua stanza. Centinaia di agende, conservate per almeno settant’anni, esprimono il suo desiderio della Parola di Dio». 

Al tramonto della sua esistenza, fr. Luigi ha conosciuto anche la notorietà della stampa, quando è emerso il ruolo che ebbe nel far incontrare, il 3 maggio 1965, Padre Pio e don Alberione. Dopo un articolo, pubblicato su Voce di Padre Pio nel marzo del 2014, scritto dal sacerdote paolino don Valentino Gambi, altri particolari inediti sono emersi in un’intervista da lui concessa al condirettore di Famiglia Cristiana, Luciano Regolo, e pubblicata nel numero 39 del 2018 del settimanale. In particolare, il testimone di quell’incontro ipotizzò due dei possibili argomenti di conversazione tra il suo Confratello stigmatizzato e il fondatore della Famiglia Paolina. «All’ epoca ero padre guardiano al Convento dell’Immacolata di Foggia e la nostra Provincia non viveva un momento felice. Si pensava che volessero sopprimerla. Padre Pio soffriva molto per quest’eventualità», raccontò fr. Luigi, supponendo che il mistico Cappuccino abbia voluto parlarne ad Alberione, molto vicino a Paolo VI. Ma anche don Giacomo aveva qualcosa da chiedere: «Aveva in mente di costruire tre ospedali – rivelò Ciannilli – uno per le religiose e l’altro per i religiosi della Famiglia che aveva fondato e un terzo per tutto il clero. Questo me lo confidò padre Angelico d’ Alessandria, che era stato visitatore presso i Paolini e da allora aveva un dialogo privilegiato con Alberione. Forse voleva sapere bene quali scogli avesse affrontato la Casa Sollievo della sofferenza. Poi però il beato riuscì a costruire solo la clinica Regina Apostolorum ad Albano Laziale».