La * “visita” di Agostino Gemelli avviene il 18 aprile 1920. Prima di lui giunge a Foggia una cartolina che ne preannuncia l’arrivo. Il destinatario, il provinciale dell’epoca, padre Pietro da Ischitella, conoscendo di fama il personaggio, sapendo che prima di prendere i voti era un medico psicologo e consapevole delle sue conoscenze altolocate in Vaticano, gli risponde, sempre per iscritto, chiedendogli se sia intenzionato a visitare Padre Pio. In questo caso lo invita a munirsi delle necessarie autorizzazioni. Gemelli assicura che la sua visita a San Giovanni Rotondo ha solo motivazioni private, per cui non c’è bisogno di nessun documento.

Il frate-medico fa tappa a Foggia il 16 aprile insieme ad Armida Barelli, che già da anni collabora con lui, donna di fede, di grande spiritualità e componente del Comitato Promotore provvisorio dell’Ateneo Cattolico, costituito a Milano il 2 aprile 1919. Pensano, prima di proseguire, di passare a salutare il vescovo della città, mons. Salvatore Bella. Il prelato ne approfitta per chiedere a quel uomo di fede e di scienza di esaminare padre Pio e di riferirgli le sue impressioni. Spera, così, di chiarirsi le idee sul Cappuccino di San Giovanni Rotondo di cui sente parlar male dall’arcivescovo di Manfredonia, mons. Pasquale Gagliardi, mentre molte persone, anche di Foggia, sono convinte della santità del frate stigmatizzato. Padre Gemelli accetta l’incarico.

Il frate francescano sale a San Giovanni Rotondo con la signorina Barelli, con padre Benedetto da San Marco in Lamis e con altri religiosi di Foggia. La donna chiede «un colloquio con Padre Pio», al quale domanda, tra l’altro, se il Signore benedirà l’Università Cattolica di prossima fondazione. Padre Pio risponde con un monosillabo: «Sì». Quella sera stessa, forse sull’onda dell’entusiasmo per questa risposta, Gemelli scrive sul registro dei visitatori illustri del convento: «Ogni giorno constatiamo che l’albero francescano dà nuovi frutti e questo è il conforto più grande a chi trae alimento a vita da questo meraviglioso albero».

Poco dopo Armida Barelli, evidentemente sollecitata dall’interessato, prega padre Benedetto di autorizzare «il Gemelli ad osservare il Padre Pio». Padre Benedetto, però, le spiega che non può accontentarla, perché il provinciale gli «aveva espressamente detto di non costringere il padre Pio a quella grave mortificazione, giacché il padre Gemelli non s’era munito di permesso e aveva dichiarato di non essere venuto con tali intenzioni».
Vistosi impossibilitato ad effettuare una visita medica, l’autorevole francescano chiede almeno «un abboccamento col padre Pio». Il nuovo incontro avviene in sacrestia e dura pochi minuti. Padre Benedetto è «in un angolo lontano», ma ricava «l’impressione» che padre Pio lo licenzi «come
seccato». Qualcun altro dei presenti ha il «sospetto» che Gemelli abbia tentato di ipnotizzare il Cappuccino stigmatizzato con l’intento di guarirlo dalle sue piaghe, provocando la reazione «poco cordiale e quasi indifferente» del suo interlocutore. Gemelli, però, non è disposto a concedere attenuanti. Diventa improvvisamente «irrequieto, come furioso» e dice: «Bene, padre Pio. Ne riparleremo!». Quindi, a voce più alta, aggiunge: «Me la pagherete!».
I cappuccini gli fanno «notare molto delicatamente» che può «liberamente fermarsi in convento oppure a Foggia per chiedere ed ottenere il desiderato permesso». Ma egli, «in modo altezzoso», risponde che non può, «essendo impegnato a Milano per una conferenza». Mentre la comitiva si prepara per la partenza, Armida Barelli vuole vedere per l’ultima volta il sacerdote stigmatizzato. Il frate l’accontenta. Discende nella foresteria e l’accoglie molto benevolmente. Al momento di licenziarsi la signorina presenta «a padre Pio una immaginetta sacra, bianca a tergo» e lo prega «di volervi scrivere un pensierino», fornendo lei stessa «la penna stilografica». Dopo un breve momento di riflessione, il cappuccino scrive «un delicato pensiero».

Prima di congedarsi, la donna chiede a padre Pio «espressamente di pregare per la conversione di padre Agostino Gemelli» dicendo: «È un frate d’oro che fa tanto bene, però è di carattere esuberante e orgoglioso e questo difetto lo potrebbe portare all’inferno. Pregate per lui». La Barelli esce «dalla foresteria tutta giuliva e soddisfatta». Fa leggere la frase ancora fresca d’inchiostro a uno dei componenti della comitiva, il predicatore quaresimale padre Filippo Girardi, conventuale, noto come letterato e oratore esimio. In quel momento si avvicina padre Gemelli, pronto a varcare la soglia della porta del convento per andar via. Padre Girardi gli pone «sott’occhio la immaginetta», invitandolo a leggere lo scritto. Quindi, «battendogli una mano sulla spalla», esclama: «Amico, un pensiero come questo non lo scriverebbe neppure Toniolo». È l’ultimo boccone amaro della trasferta in Puglia.


Il 19 aprile il frate-medico prende carta e penna e scrive a mons. Carlo Perosi, assessore del Sant’Uffizio. Nella relazione, pur ammettendo che «padre Pio è uomo veramente di elevata vita religiosa, uomo esemplare», Gemelli trova il metodo per vendicarsi con un sol colpo di coloro che ritiene responsabili del “gran rifiuto” che ha dovuto ingoiare a San Giovanni Rotondo. Dopo aver descritto dettagliatamente le stimmate delle mani, dando l’impressione di averle viste, nonostante la precisazione in premessa di non aver compiuto «alcun esame dal punto di vista medico», il clinico francescano attesta: «Al sottoscritto sembra che si tratti di un caso di suggestione inconsciamente prodotto dal padre Benedetto in un soggetto malato come è il padre Pio e che ha condotto a quelle caratteristiche manifestazioni di psittacismo che sono proprie della struttura isterica».

La Congregazione risponde chiedendo più dettagliate indicazioni per approfondire l’analisi del caso. Gemelli le scrive il 2 luglio 1920 e le invia al Sant’Uffizio, senza aggiungere commenti. Tra l’altro, suggerisce di affidare lo studio del caso «a una commissione costituita da un teologo, da uno psicologo e da un medico» e di «allontanare durante l’esame qualsiasi influenza del padre Benedetto ex provinciale».

*da La Missione di Padre Pio di Stefano Campanella

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